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  • Presentato oggi (15 settembre 2026) al CNEL il Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani promosso da Auser, SPI CGIL, Abitare e Anziani L’Italia invecchia, ma le nostre case e le nostre città non sembrano ancora essersi adeguate a una società che vive più a lungo. È questa la fotografia che emerge dal Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani, “Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità”, promosso da Auser, Abitare e Anziani e SPI CGIL e presentato oggi a Roma presso il CNEL. Il Rapporto analizza l’impatto delle tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – e propone un nuovo modello di welfare abitativo. I curatori della ricerca partono da una consapevolezza: l’invecchiamento della popolazione non è un fenomeno da affrontare soltanto sul terreno delle pensioni, della sanità o dell’assistenza. Riguarda profondamente anche il modo in cui si vive e si abita. La ricerca è a cura di Claudio Falasca con la collaborazione di Rossella Muroni e Giovanni Carapella. Tre transizioni che cambiano il modo di abitare Il Rapporto legge la condizione abitativa degli anziani alla luce di tre grandi transizioni che stanno trasformando contemporaneamente la società: demografica, digitale e ambientale. La crescita della longevità, il calo delle nascite e il cambiamento delle strutture familiari indeboliscono alcune delle tradizionali reti di prossimità. Sempre più persone arrivano alla vecchiaia senza una rete familiare vicina. La transizione digitale modifica il rapporto con i servizi, la salute, il lavoro di cura e le relazioni, ma può produrre nuove forme di esclusione per chi non possiede strumenti o competenze adeguate. Infine, la crisi climatica colpisce in maniera particolare le persone più fragili. Chi vive solo, dispone di risorse economiche limitate o abita in edifici inefficienti è maggiormente esposto alle ondate di calore e alla povertà energetica. Il dato più evidente è anche uno dei grandi paradossi dell’abitare anziano in Italia: il 90,7% degli over 65 è proprietario della propria abitazione, circa 13 milioni di persone. Solo il 9,3% vive in affitto, con un canone medio di 531 euro. Ma essere proprietari non significa necessariamente abitare bene. Molte abitazioni sono state costruite oltre quarant’anni fa e non sono state pensate per accompagnare l’invecchiamento dei loro abitanti: mancano ascensori, persistono barriere architettoniche, gli impianti possono essere obsoleti e i consumi energetici elevati. A rendere più difficile l’adattamento delle abitazioni alle nuove esigenze interviene anche la condizione economica: circa il 50% dei pensionati vive con meno di 1.500 euro al mese e il 10,5% con meno di 500 euro. Bollette, manutenzione e costo della vita rendono spesso impossibili o difficilmente sostenibili gli interventi necessari. Il risultato è che milioni di persone anziane si trovano a vivere in case magari di proprietà, ma troppo grandi, costose da mantenere e sempre meno adeguate alle esigenze che cambiano con l’età. Non basta una casa accessibile se fuori c’è una città che non lo è La qualità dell’abitare, sottolinea il Rapporto, non si esaurisce tra le mura domestiche. Conta ciò che c’è fuori dalla porta di casa: il marciapiede, la fermata dell’autobus, il negozio, la farmacia, il centro sanitario, gli spazi verdi e i luoghi di incontro. Un marciapiede dissestato, un attraversamento pericoloso o un trasporto pubblico insufficiente possono diventare barriere quasi insormontabili per una persona anziana. La ricerca evidenzia difficoltà nell’accesso a servizi fondamentali come farmacie, supermercati, uffici comunali e strutture sanitarie. Particolarmente significativo è il dato sulla sicurezza stradale: nel 2024 quasi la metà dei pedoni deceduti in Italia aveva più di 65 anni. Un dato che mostra come lo spazio urbano sia ancora troppo spesso progettato privilegiando la velocità e la mobilità automobilistica rispetto alla sicurezza e all’accessibilità. Dalla casa all’“abitare”: un nuovo modello di welfare È proprio questo uno dei principali cambiamenti culturali proposti dalla ricerca: superare l’idea della casa come semplice bene patrimoniale e riconoscerla come prima infrastruttura del benessere, della cura e dell’autonomia. Una casa adeguata deve essere sicura, accessibile e sostenibile, ma anche collegata ai servizi e alle relazioni del territorio. Per questo il Rapporto propone di parlare non soltanto di “abitazione”, ma di “abitare”: un concetto che comprende sicurezza e comfort, ma anche relazioni, partecipazione e comunità. Da qui l’attenzione verso nuove forme dell’abitare, dal cohousing ai condomini solidali, dalle abitazioni assistite leggere ai quartieri progettati per favorire prossimità e relazioni sociali. Un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani Il Rapporto avanza anche precise proposte operative. Tra queste, la creazione di un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, la diffusione di nuove forme di residenzialità, il sostegno all’adattamento delle abitazioni e una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e urbanistiche. L’obiettivo è costruire città e quartieri nei quali sia possibile invecchiare continuando a essere parte attiva della comunità. Perché la sfida della longevità non è soltanto vivere più a lungo, ma poterlo fare restando autonomi, sicuri, partecipi e inseriti in una rete di relazioni. Una città per gli anziani è una città per tutti La ricerca invita infine a cambiare prospettiva. L’invecchiamento non è una questione che riguarda soltanto gli anziani, ma il futuro dell’intera società. Marciapiedi accessibili, trasporti efficienti, servizi di prossimità, spazi pubblici sicuri, abitazioni adeguate e reti sociali forti migliorano la qualità della vita di tutti: bambini, famiglie, persone con disabilità e cittadini temporaneamente fragili. Gli anziani, inoltre, non sono soltanto destinatari di assistenza. Se messi nelle condizioni di partecipare, rappresentano una risorsa di competenze, memoria, esperienza e capacità di costruire legami. “Dobbiamo smettere di considerare la casa soltanto come un bene patrimoniale e riconoscerla come una infrastruttura del benessere, della cura e dell’autonomia – ha sottolineato il presidente nazionale Auser Enrico Piron. Abitare significa poter vivere in sicurezza, avere servizi vicini, relazioni e possibilità di partecipare alla vita della comunità. La sfida, conclude, è passare da una città che separa a una città che connette. Perché una città accessibile agli anziani è una città migliore per tutti. Una città capace di prendersi cura non soltanto di chi oggi è anziano, ma anche di chi anziano […]

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  • Nel 2025 sono morte in Italia almeno 249 persone per intossicazione acuta da sostanze: quasi cinque ogni settimana. Dopo la grande riduzione avvenuta dagli anni Novanta, il calo si è fermato. Per arrivare a zero servono naloxone, drug checking, servizi di prossimità e un cambio radicale delle politiche. Duecentoquarantanove morti in un anno: quasi cinque ogni settimana. È il dato più recente contenuto nella Relazione al Parlamento sulle dipendenze 2026, riferito al 2025. Si tratta dei decessi per intossicazione acuta direttamente accertati dalle forze dell’ordine: il 7,8% in più rispetto ai 231 registrati nel 2024. Non siamo davanti all’epidemia che ha travolto gli Stati Uniti, ma neppure a un problema residuale. Dopo la drammatica stagione degli anni Novanta, quando si superarono le 1.500 vittime annuali, la mortalità è fortemente diminuita. A determinare quel risultato non furono l’inasprimento delle pene o la retorica della “lotta alla droga”, ma la diffusione dei trattamenti con metadone, delle unità di strada, dei servizi a bassa soglia e del naloxone consegnato direttamente alle persone che usano oppioidi. Da alcuni anni, però, il calo si è arrestato e il dato torna a crescere. I numeri ufficiali vanno inoltre maneggiati con cautela. I 249 casi rappresentano le morti riconosciute immediatamente come overdose dalle forze dell’ordine, non l’intera mortalità associata alle sostanze. La stessa Relazione governativa utilizza fonti e definizioni differenti: dati di polizia, certificati Istat e indagini tossicologico-forensi non coincidono per tempi, criteri e ampiezza. Nel 2024, per esempio, nei casi esaminati dalle tossicologie forensi furono rilevate sostanze stupefacenti, psicotrope o alcol in 928 decessi, con un aumento del 13% sull’anno precedente. Non tutti erano overdose, ma il confronto mostra quanto il perimetro dei 231 casi direttamente accertati fosse ristretto. Cambiano le sostanze, non il bisogno di protezione La cocaina è ormai al centro del quadro italiano. Nel 2025 è stata attribuita a questa sostanza circa una morte direttamente accertata su tre ed è risultata associata al 32% dei ricoveri droga-correlati. Il 28% delle persone seguite dai SerD aveva cocaina o crack come sostanza primaria. Nel 2024 cocaina e crack erano stati indicati in 80 decessi, sostanzialmente alla pari con eroina e altri oppioidi. La classificazione per singola sostanza rischia però di semplificare un fenomeno nel quale contano molto il policonsumo, la variabilità della potenza, la presenza di adulteranti e l’associazione con alcol, benzodiazepine o farmaci. Nel 2025 i pronto soccorso hanno registrato 9.641 accessi direttamente droga-correlati, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Crescono inoltre nuove sostanze psicoattive e oppioidi sintetici: non è una ragione per alimentare campagne allarmistiche sul “fentanyl”, ma per rendere più tempestivi monitoraggio e interventi. L’età delle vittime si è progressivamente alzata. Nel 2024 l’età media era di circa 43 anni e l’83% dei morti era composto da uomini. È il profilo di una popolazione spesso segnata da lunghi percorsi di consumo, problemi di salute, povertà, carcere, precarietà abitativa e isolamento. Ma le medie nascondono anche persone giovani, consumi occasionali e contesti ricreativi nei quali una sostanza inattesa o una combinazione possono diventare fatali. Su Fuoriluogo lo abbiamo scritto più volte: se oggi l’Italia registra numeri molto inferiori a quelli di trent’anni fa, il merito è della riduzione del danno. Eppure gli interventi restano frammentati e dipendenti dal luogo in cui si vive. I Livelli essenziali di assistenza la includono dal 2017, ma mancano standard nazionali, risorse vincolate e una reale esigibilità. Ci sono città con unità mobili, drop-in e distribuzione del naloxone; altrove questi strumenti sono assenti o affidati alla tenacia di pochi operatori. Il modello italiano del Take Home Naloxone, studiato da Forum Droghe, ha anticipato molti altri Paesi: il farmaco salvavita viene affidato alle persone che usano oppioidi e alle loro reti perché possano intervenire immediatamente. Tuttavia la distribuzione rimane disomogenea e molte farmacie non ne garantiscono la disponibilità. Anche l’arrivo del naloxone nasale senza obbligo di prescrizione non risolve il problema se il prezzo, la scarsa informazione o la mancata presenza sul territorio ne limitano l’accesso. Quota zero non è un miraggio Portare a zero le morti evitabili significa innanzitutto distribuire gratuitamente naloxone, sia in formulazione iniettabile sia nasale, nei SerD, nelle farmacie, nelle carceri, nei dormitori, nelle unità di strada e nei luoghi del divertimento. Ogni persona in trattamento con oppioidi, dimessa da una comunità o liberata dal carcere dovrebbe riceverlo insieme a una formazione essenziale: dopo un periodo di astinenza la tolleranza diminuisce e il rischio di overdose aumenta. Servono poi drug checking accessibile e anonimo, sistemi di allerta rapida costruiti con chi usa sostanze, stanze del consumo sicuro, trattamenti agonisti senza liste d’attesa e servizi aperti anche a chi non vuole o non riesce a interrompere il consumo. Occorre rafforzare gli interventi per cocaina e crack, superando un’offerta ancora troppo concentrata sugli oppioidi, e integrare salute, casa e sostegno al reddito. Infine bisogna smettere di confondere prevenzione e repressione. Lo stigma spinge a consumare da soli e allontana dai servizi; la criminalizzazione rende il mercato più imprevedibile e ostacola la richiesta di aiuto. Depenalizzare l’uso, proteggere chi chiama i soccorsi e coinvolgere le persone che usano droghe non significa minimizzare i rischi: significa ridurli davvero. Duecentoquarantanove non è un numero basso. Sono 249 morti in gran parte prevenibili. L’obiettivo non può essere amministrarle, né accontentarsi che siano meno che altrove. L’unico obiettivo accettabile è zero. fonte: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/overdose-obiettivo-zero/

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  • La Confederazione delle Associazioni Regionali di Distretto (CARD) organizza a Roma il Convegno: “Il Distretto per la Comunità che cura”, per ridisegnare i distretti sanitari territoriali. L’evento punta a coinvolgere attivamente la comunità locale nella co-progettazione e co-produzione dei servizi domiciliari, ambulatoriali e residenziali. Si discuterà di sanità digitale e nuove tecnologie, ponendole sempre al servizio della relazione umana e dell’”Human Touch”. Un focus centrale sarà dedicato alla prossimità empatica per garantire cure umanizzanti e vicine alle persone più fragili e vulnerabili. L’obiettivo è superare la logica delle semplici prestazioni per rendere i LEA distrettuali reali interventi d’eccellenza sul territorio. Il congresso si svolgerà in residenziale presso l’Auditorium Antonianum (Via Manzoni,1 Roma). L’evento sarà aperto a 400 partecipanti di tutte le specializzazioni sanitarie. L’iscrizione al congresso è obbligatoria e potrà essere trasmessa compilando il form disponibile sul sito web carditalia.com a partire da giugno 2026. La partecipazione è gratuita per i soci CARD. Per i non associati, è prevista una quota di partecipazione pari a €150 IVA inclusa e dovrà essere versata prima della compilazione del modulo di iscrizione, indicando gli estremi del pagamento nell’apposito campo libero. Informazioni e Programma

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  • Proposta di legge di iniziativa popolare Firma per il diritto alla salute Rendiamo effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale e valorizzando il lavoro. Firma QUI Come effettuare la firma Clicca sul pulsante e accedi con lo SPID, la CIE o la CNS Scorri l’elenco delle iniziative e clicca su “Sosteniamo il Servizio Sanitario Nazionale” (il numero dell’iniziativa è 6500013) Premi su sostieni iniziativa, clicca su continua e nuovamente su sostieni iniziativa I 5 pilastri della proposta 1. RISORSE Il livello di finanziamento del fondo sanitario nazionale non deve essere inferiore al 7,5% del PIL. 2. PERSONALE È necessario valorizzare economicamente e professionalmente il lavoro di chi tutela e promuove la salute. Bisogna garantire il personale necessario ad assicurare prevenzione, assistenza e cura con assunzioni a tempo indeterminato. I Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta devono progressivamente passare dall’attuale rapporto convenzionale alle dipendenze del Servizio Sanitario Nazionale. La spesa per il personale del SSN non deve più essere soggetta ad alcun tetto, e devono essere introdotti limiti alle esternalizzazioni. 3. TERRITORIO Deve essere assicurato il pieno e omogeneo sviluppo dell’assistenza territoriale definita dal DM 77/2022 (Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Distretti, ecc.). 4. TEMPI DI ATTESA Deve essere garantito il rispetto dei tempi di attesa attraverso investimenti nel SSN per la presa in carico dei bisogni di salute delle persone. 5. NON AUTOSUFFICIENZA La salute delle persone anziane è una delle priorità del nostro Paese, da affrontare affermando il diritto all’assistenza e alle cure con una copertura pubblica, universale e uniforme. Sono necessarie politiche per rispondere ai bisogni delle persone anziane e non autosufficienti. Si deve dar seguito al potenziamento dell’assistenza domiciliare e al miglioramento dell’assistenza residenziale e semiresidenziale. Altre aree prioritarie salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, salute mentale, dipendenze, consultori familiari, farmaceutica e ricerca. Governo pubblico, programmazione e partecipazione per garantire universalità, uguaglianza, equità e globalità fonte: https://www.salutediritto.it/ vedi anche Appalti e sanità: ecco i click days … Dal 9 all’11 e dal 16 al 18 settembre mobilitazione sulle proposte di legge d’iniziativa popolare.

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  • La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia con la sentenza Asciutto e altri c. Italia. I giudici di Strasburgo hanno accertato all’unanimità la violazione dell’Articolo 7 (principio di legalità e divieto di retroattività della pena) in quanto non si può applicare mai nei confronti di un detenuto retroattivamente un regime penitenziario più duro (come quello di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario), nonché la violazione dell’Articolo 3, essendo l’ergastolo ostativo senza speranza  in contrasto con il divieto di trattamenti inumani e degradanti. La Corte si muove nel solco di decisioni già prese in precedenza dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte Costituzionale italiana. Afferma infine che, per il periodo successivo all’entrata in vigore, alla fine del 2022, della riforma in materia di ergastolo ostativo, imposta dalla Corte costituzionale e dalla stessa giurisprudenza europea, non vi sarebbe violazione dell’art. 3 CEDU. Tale riforma, seppur con molte cautele, esclude infatti l’automatismo dell’ergastolo per chi non collabora con la giustizia o non è nelle condizioni di farlo. Antigone è intervenuta nel procedimento in qualità di amicus curiae e le proprie argomentazioni sono state quasi del tutto riprese dalla Corte di Strasburgo. L’associazione, nel proprio parere, aveva evidenziato da un lato, come l’art. 4-bis o.p. richiamasse progressivamente un numero sempre maggiore di reati, e dall’altro, come le garanzie inderogabili dell’Articolo 7 CEDU non possano subire deroghe legate alla gravità o alla natura dei reati contestati. L’accertamento unanime della violazione dell’Articolo 7 da parte della Corte EDU recepisce pienamente questo principio: la modalità di esecuzione della pena non può tradursi, a posteriori e in senso sfavorevole, in una ridefinizione della pena stabilita al momento della commissione del reato. “Non si può che esprimere viva soddisfazione per una decisione che riafferma principi cardine dello Stato di diritto e punta a superare la pena privativa della libertà personale a vita senza prospettiva di rilascio. Inoltre il riconoscere il principio di irretroattività di norme peggiorative delle condizioni di vita penitenziarie costituisce un tassello della legalità costituzionale”. A dirlo sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e Juan Patrone, responsabile del contenzioso con le corti supreme e componente del direttivo di Antigone. Il giudizio ha riunito i ricorsi di quattro cittadini condannati all’ergastolo per gravi delitti commessi tra gli anni ‘80 e i primi anni ‘90. I ricorrenti lamentavano che l’applicazione sopravvenuta dell’art. 4-bis o.p. nel 1992 a fatti commessi prima della sua entrata in vigore precludesse loro l’accesso ai benefici e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia (nel loro caso inesigibile o non più possibile), determinando una condizione di pena perpetua insuscettibile di riesame. La Corte EDU ha dunque stabilito: Violazione dell’Articolo 7 CEDU (all’unanimità): l’applicazione del regime ostativo dell’art. 4-bis a delitti commessi prima delle riforme del 1992 muta in sede esecutiva la portata intrinseca della sanzione. Una pena che, secondo le norme vigenti al momento della sua irrogazione, poteva essere successivamente mitigata, è stata trasformata retroattivamente e in termini non prevedibili in una pena definitivamente priva di possibilità di attenuazione, in violazione del principio di legalità. Violazione dell’Articolo 3 CEDU: la Corte ha ravvisato la violazione per l’intero arco temporale compreso tra l’applicazione dell’art. 4-bis e la riforma del 2022, che ha sancito come la collaborazione con la giustizia non sia più l’unica strada per accedere ai benefici penitenziari. Prima della riforma, il detenuto per reati ostativi (come quelli di mafia o terrorismo) che non collaborava era soggetto a una preclusione assoluta, con la presunzione “iuris et de iure” della sua pericolosità sociale. La sentenza consolida, quindi, l’orientamento già tracciato dalla pronuncia Viola c. Italia del 2019 e dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (in particolare le sentenze nn. 253/2019 e 32/2020), confermando in via definitiva l’incompatibilità con la dignità umana di un sistema che ancori la speranza di liberazione esclusivamente alla collaborazione di giustizia. Anche sul versante della valutazione della corrispondenza nuova legge del 2022 ai principi generali europei e costituzionali, la Corte di Strasburgo, confermando un profilo di analisi che Antigone aveva segnalato nel proprio parere, ha affermato che l’innalzamento dei requisiti temporali e la configurazione di oneri probatori particolarmente stringenti rischiano di porsi in frizione con gli orientamenti europei consolidati. La Corte EDU ha infatti richiamato l’attenzione sul termine dei 30 anni di espiazione effettiva della pena del carcere previsto dalla riforma del 2022 per i reati ostativi, ricordando che i precedenti della giurisprudenza europea (Vinter c. Regno Unito e Bancksó c. Ungheria) individuano nei venticinque anni la soglia congrua entro cui collocare la prima effettiva possibilità di riesame. Come ha ricordato e scritto papa Francesco, “l’ergastolo è una pena di morte nascosta”. La decisione di Strasburgo riafferma che la speranza non è una concessione astratta, ma un principio giuridico vivente che mette al centro la dignità umana, bene indisponibile di ciascuna persona a prescindere dal reato commesso. fonte: https://www.antigone.it/news/3656-l-ergastolo-ostativo-e-un-trattamento-inumano-e-degradante-e-non-si-puo-applicare-retroattivamente-la-pronuncia-della-cedu-che-richiama-il-parere-di-antigone

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  • Dal 1 gennaio all’8 settembre 2026 al sistema di sorveglianza nazionale delle arbovirosi – coordinato dall’ISS – risultano: 265 casi confermati di Dengue (24 autoctoni mentre tutti gli altri associati a viaggi all’estero, 56% con luogo di esposizione Maldive, nessun decesso); 25 casi confermati di Chikungunya (1 autoctono mentre tutti gli altri associati a viaggi all’estero, 42% con luogo di esposizione Seychelles, nessun decesso); 3 casi di Zika virus (tutti associati a viaggi all’estero, nessun decesso). —> Per maggiori informazioni consulta la dashboard. —> Per i dati sulle infezioni da West Nile e Usutu virus consulta la pagina dedicata. —> Consulta anche la pagina generale sulla sorveglianza nazionale e i bollettini periodici. Leggi anche le FAQ dedicate al Toscana virus.   fonte: EpiCentro ISS

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  • AGENAS rende disponibile il “Documento di indirizzo contenente indicazioni per la promozione della partecipazione/co-produzione dei pazienti, dei cittadini e della comunità nell’ambito delle Case della Comunità”. Il documento fornisce indicazioni per favorire e rendere concretamente applicabili i processi di partecipazione e co-produzione all’interno delle Case della Comunità, a supporto di Regioni e Province Autonome, Aziende sanitarie, Distretti, professionisti e comunità locali. Le indicazioni sono state elaborate in coerenza con il DM 77/2022, che definisce modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale. Consulta il Documento di indirizzo  PDF Per approfondire  LINK fonte: https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/comunicazione/primo-piano/2802-case-della-comunit%C3%A0-il-documento-agenas-sulla-partecipazione-di-pazienti,-cittadini-e-comunit%C3%A0

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  • L’Italia sta invecchiando, ma le nostre case, le nostre città e le politiche abitative sembrano non essersene ancora accorte. Quasi un anziano su due oltre i 75 anni vive solo in case spesso vecchie e insicure, costose da mantenere in quartieri dove i servizi sono carenti. Come cambieranno le nostre città quando un italiano su tre avrà più di 65 anni? Le case in cui viviamo sono davvero adatte a una società sempre più longeva? E cosa significa progettare quartieri capaci di contrastare solitudine, fragilità ed esclusione? Sono alcune delle domande al centro del Terzo Rapporto “Abitare la longevità. Politiche abitative e urbane generative di comunità“, promosso da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani, che sarà presentato martedì 15 settembre 2026, dalle ore 9.30 alle 13.30, presso Villa Lubin – CNEL, Viale David Lubin 2, Roma. Il Rapporto fotografa un Paese in piena trasformazione, attraversato da tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – che stanno cambiando profondamente il modo di vivere, abitare e costruire relazioni. Oggi gli over 65 sono quasi 15 milioni e nel 2040 saranno oltre 18 milioni, mentre aumentano le persone anziane che vivono sole e cresce il rischio di isolamento sociale. La ricerca lancia un messaggio chiaro: l’invecchiamento non può essere affrontato soltanto come una questione sanitaria o assistenziale. La qualità dell’abitare, la sicurezza degli spazi urbani, i servizi di prossimità e le reti di comunità sono fattori decisivi per garantire autonomia, benessere e partecipazione. Nel corso della presentazione saranno illustrati dati, scenari e proposte per ripensare le politiche abitative e la rigenerazione urbana, con l’obiettivo di costruire città più accessibili, inclusive e sostenibili. Tra le proposte: un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, nuove forme di residenzialità e una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e urbanistiche. Il Rapporto propone una prospettiva che riguarda l’intera società: una città progettata per le persone più fragili è una città migliore per tutti. L’impegno di Auser, Spi e Abitare anziani, nel campo della ricerca e della progettazione e realizzazione di soluzioni giuste ed eque per tutte le fasce sociali si accompagna all’agire di tutti i giorni a favore delle persone anziane e fragili, alla difesa e allargamento dei loro diritti. Per partecipare in presenza all’evento è necessario registrarsi a questo link fonte: https://auser.it/notizie/il-15-settembre-a-roma-presso-il-cnel-presentazione-del-terzo-rapporto-sulla-condizione-abitativa-degli-anziani/

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  • Il coordinamento nazionale per la Salute Mentale, con dolore profondo e sgomento, saluta il compagno e amico Roberto Loddo tragicamente e prematuramente scomparso. Nelle Radici dell’Albero che in questi anni ha rapresentato il Coordinamento e la Conferenza Salute Mentale c’è senza dubbio Roberto. Qui pubblichiamo il ricordo che “il manifesto” gli ha dedicato    «C’è qualcosa di spaventoso nei processi che stiamo vivendo. Il neoliberismo produce sopraffazione e violenza in tutte le periferie del mondo. Il nostro obiettivo è intercettare dalla Sardegna, periferia del mondo, le contraddizioni del sistema in ogni dimensione della società. E immaginare un’alternativa». Così Roberto Loddo in una recente intervista. Ora che Roberto non c’è più, la vita spezzata a 45 anni, presa in un grumo oscuro di dolore che nessuna delle persone a lui più vicine era riuscita a vedere, non è a «quel qualcosa di spaventoso» che vogliamo guardare. Vogliamo guardare alla forza di immaginare, alla volontà di costruire, oltre il presente del mondo, spaventoso, un ordine nuovo fatto non di chiusure ma di aperture, di possibilità offerte e non di costrizione imposta. Roberto è stato una straordinaria figura di militante che ha attraversato tutta la storia recente della sinistra sarda, in particolare cagliaritana. Una sinistra di movimento, aperta al dialogo con la sinistra istituzionale ma a partire dalla concretezza delle lotte aperte sui più diversi fronti: l’integrazione dei migranti, la parità di genere e il riconoscimento dell’identità di genere, l’ambiente, la pace. Molte delle sue energie sono state dedicate alla difesa della salute mentale e ai diritti dei cittadini privati della libertà. È stato uno degli animatori dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica e presidente della cooperativa Il giardino di Clara, che si occupa di assistere le persone che vivono la sofferenza mentale; ma ha anche lavorato a lungo a Radio Onde Corte, prima radio della salute mentale in Sardegna. Faceva parte della Conferenza su volontariato e giustizia, organo di rappresentanza delle associazioni del volontariato sardo nel mondo delle carceri. Dal gennaio del 2025 era entrato a far parte della segreteria regionale di Sinistra italiana come responsabile della comunicazione. Roberto era direttore del quindicinale on line il manifesto sardo. Era succeduto nell’incarico a Marco Ligas, tra i fondatori in Sardegna del collettivo «il manifesto» al momento della radiazione dal Pci. Una redazione, quella che lo attorniava, aperta al contributo di tutte le anime della sinistra sarda e impegnata a leggere la realtà dell’isola dentro i grandi processi storici che segnano la contemporaneità, tenendo insieme analisi e informazione. Lo scorso anno Il manifesto sardo e Roberto hanno dato un prezioso contributo organizzativo alla presentazione dell’inserto del manifesto dedicato a Luigi Pintor, Essenzialmente Pintor, in occasione del centenario della nascita di uno dei fondatori del giornale. «Roberto – così lo ricorda la giornalista Claudia Sarritzu, amica di una vita – era una casa. La sua casa nel vecchio quartiere di Stampace dove faceva incontrare le persone ma soprattutto, le idee. Roberto è la nostra città. Mare, colli, strade strette. Vento. Mi mancheranno quelle braccia larghe e quel sorriso in cui c’era tutta la speranza del mondo». fonte: https://ilmanifesto.it/addio-a-roberto-loddo-e-alla-sua-forza-di-immaginare

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  • Spi Cgil: “L’iniziativa del governo nega le tutele ai più fragili”. Crollano le domande col rischio di lasciare senza tutela anziani, disabili e non autosufficienti. La sperimentazione sull’invalidità civile, quella che era stata presentata come una grande riforma orientata alla semplificazione e alla modernizzazione, si sta rivelando un drammatico ostacolo burocratico. L’allarme è stato lanciato dallo Spi Cgil, che ha pubblicato un dettagliato dossier per fare luce sulle conseguenze delle nuove procedure. Il crollo delle domande Il dato di fondo che emerge è tanto chiaro quanto preoccupante: nelle sessanta province coinvolte nelle varie fasi della sperimentazione si sta verificando un crollo delle domande di invalidità civile. L’introduzione di meccanismi farraginosi e di nuovi adempimenti non sta snellendo l’iter, ma sta letteralmente scoraggiando migliaia di persone affette da disabilità, patologie croniche o gravi forme di non autosufficienza. Quasi 90mila domande svanite nel nulla Il dossier dello Spi supporta la denuncia con cifre dettagliate, che mostrano una contrazione progressiva e sempre più marcata con l’estendersi della sperimentazione sul territorio nazionale. Nella prima fase, avviata il 1° gennaio 2025 in nove province pilota, si è registrata una contrazione del 13% delle istanze rispetto al periodo precedente, con 19.871 domande in meno. La situazione si è aggravata con la seconda tranche, iniziata il 30 settembre 2025 in undici province: in questo caso la flessione è salita al 17%, pari a 15.335 pratiche mai avviate. Il picco negativo si è raggiunto con la terza fase della sperimentazione, estesa dal 1° marzo 2026 ad altre quaranta province, dove la flessione delle istanze ha toccato la cifra record del 30%, facendo registrare 54.440 domande mancanti. Oltre 100.000 disabili rischiano di restare esclusi Il bilancio complessivo nelle sessanta province monitorate descrive un quadro di estrema gravità: sono ben 89.646 le istanze di invalidità civile in meno rispetto ai periodi antecedenti l’avvio del nuovo sistema. Se questi parametri dovessero essere confermati su scala nazionale quando il meccanismo entrerà a pieno regime nel 2027, oltre 100mila persone disabili rischiano di restare escluse dal sistema di tutela pubblica. Cos’è l’invalidità e a chi spetta Fondamentale, secondo lo Spi, richiamare la distinzione che l’ordinamento italiano traccia tra previdenza e assistenza. L’invalidità civile è una prestazione di natura squisitamente assistenziale, ricorda il sindacato, garantita a tutti i cittadini e finanziata direttamente attraverso la fiscalità generale. Il suo scopo è offrire una rete di protezione economica fondamentale a chi presenta una riduzione rilevante della capacità lavorativa o gravissime limitazioni funzionali, a prescindere dal versamento di contributi lavorativi. Diversa è l’invalidità previdenziale, accessibile solo a chi ha accumulato una determinata storia contributiva nell’ambito delle gestioni pensionistiche obbligatorie. Imporre filtri complessi e barriere procedurali sul versante assistenziale significa colpire la fascia di popolazione più esposta, priva di altre forme di garanzia economica e priva degli strumenti per orientarsi nei meandri burocratici. Spi Cgil: questa è esclusione, non lotta agli abusi Non si tratta, secondo il sindacato dei pensionati, di una virtuosa e rigorosa azione di contrasto ai fenomeni di abuso o ai cosiddetti “falsi invalidi”. Quello a cui si sta assistendo è un vero e proprio sbarramento all’accesso al diritto, dove le difficoltà nell’inoltro delle domande finiscono per tagliare fuori i soggetti più deboli. Molti cittadini rinunciano ad avviare la procedura a causa della complessità dei nuovi iter digitali e del disorientamento provocato da normative in continua evoluzione. Le richieste al Governo: subito modifiche normative Di fronte a questa situazione, lo Spi Cgil chiede un immediato e drastico cambio di rotta da parte delle istituzioni e del Ministero competente. Il sindacato sollecita “interventi correttivi” sul piano normativo e operativo per ripristinare modalità d’accesso semplici, trasparenti e realmente alla portata di tutti. È indispensabile garantire che i cittadini disabili e le loro famiglie non siano lasciati soli a fronteggiare una burocrazia che cancella le tutele invece di garantirle. La sperimentazione, conclude lo Spi, deve essere sospesa o radicalmente rivista prima che il suo recepimento definitivo trasformi un diritto costituzionale in un privilegio accessibile a pochi: “I diritti non possono trasformarsi in un percorso ad ostacoli. È necessario cambiare rotta per evitare che migliaia di persone restino senza risposte e senza protezione”. Fonte: https://www.collettiva.it/copertine/welfare/invalidita-civile-la-sperimentazione-che-taglia-i-diritti-wtwze2ww Leggi l’approfondimento nel Dossier SPI CGIL

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