Meloni sotto dazio: quando la sovranità si inginocchia a Trump. di Stefano Milani

Ci sono modi e modi di prendere uno schiaffo. C’è quello improvviso, che almeno ha il merito della sorpresa. E poi c’è quello annunciato, ripetuto, quasi cerimoniale, che arriva dopo settimane in cui tutti, tranne te, avevano capito cosa stava per succedere. È questo il caso dei dazi di Donald Trump. Un ceffone a mano aperta all’Europa e ben assestato all’Italia. Un ceffone a cui la nostra presidente del consiglio porge teneramente l’altra guancia.

Il tycoon, si sa, ama il protezionismo quanto ama i suoi cappellini rossi. E ora che minaccia di alzare nuove barriere doganali contro l’Europa, il governo Meloni tace. O, peggio, applaude. Perché nel mondo capovolto del sovranismo posticcio, va bene essere “padroni a casa nostra”, purché si resti camerieri in casa altrui. Meglio ancora se al tavolo di Mar-a-Lago.

E così, mentre Mr Donald brandisce imposte come clave contro acciaio, vino, moda e auto europee, il nostro Paese si avvia a perdere interi settori economici senza nemmeno l’onore delle armi. Le esportazioni rallentano, le imprese arrancano, gli artigiani stringono i denti. E il lavoro salta. L’indotto muore. Le filiere si inceppano come un motore diesel lasciato al gelo.

Da Palazzo Chigi il nulla cosmico. Nessuna strategia. Nessuna risposta. Al massimo, qualche tweet pieno di patriottismo da discount, condito con i soliti richiami ai “valori dell’Occidente”, che ormai significa tutto e niente mentre si chiude ogni spazio di autonomia economica. Dicono di voler difendere il made in Italy, ma lo fanno inginocchiati davanti a chi lo sta affossando con il sigillo del made in Usa.

L’ironia è che Trump è stato per anni l’idolo dei sovranisti nostrani. Lo guardavano come si guarda un parente ricco e volgare: con imbarazzo, ma anche con speranza. E ora che l’idolo sferra il primo ceffone all’economia italiana, nessuno osa alzare lo sguardo. Neanche un “ci scusi, ma ci fa male”. Anzi, si abbozza. Si giustifica. Si rilancia con l’idea geniale di “valorizzare il mercato interno” mentre la produzione scappa, gli investimenti evaporano e il consumatore italiano è troppo impegnato a scegliere se rinunciare al riscaldamento o alla spesa.

Così il governo dei “patrioti” si scopre solo governicchio dei sottoposti. Senza idee, senza voce, senza coraggio. Subalterno a un’America che pensa solo a sé stessa, come ha sempre fatto. Solo che una volta l’Italia rispondeva con la politica estera. Ora risponde con un post su Facebook. E porge l’altra guancia.

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