Ci sono modi e modi di prendere uno schiaffo. C’è quello improvviso, che almeno ha il merito della sorpresa. E poi c’è quello annunciato, ripetuto, quasi cerimoniale, che arriva dopo settimane in cui tutti, tranne te, avevano capito cosa stava per succedere. È questo il caso dei dazi di Donald Trump. Un ceffone a mano aperta all’Europa e ben assestato all’Italia. Un ceffone a cui la nostra presidente del consiglio porge teneramente l’altra guancia.
E così, mentre Mr Donald brandisce imposte come clave contro acciaio, vino, moda e auto europee, il nostro Paese si avvia a perdere interi settori economici senza nemmeno l’onore delle armi. Le esportazioni rallentano, le imprese arrancano, gli artigiani stringono i denti. E il lavoro salta. L’indotto muore. Le filiere si inceppano come un motore diesel lasciato al gelo.
L’ironia è che Trump è stato per anni l’idolo dei sovranisti nostrani. Lo guardavano come si guarda un parente ricco e volgare: con imbarazzo, ma anche con speranza. E ora che l’idolo sferra il primo ceffone all’economia italiana, nessuno osa alzare lo sguardo. Neanche un “ci scusi, ma ci fa male”. Anzi, si abbozza. Si giustifica. Si rilancia con l’idea geniale di “valorizzare il mercato interno” mentre la produzione scappa, gli investimenti evaporano e il consumatore italiano è troppo impegnato a scegliere se rinunciare al riscaldamento o alla spesa.