Un altro carcere nel solco delle idee di Grazia Zuffa. di Franco Corleone

Guardare agli strumenti di risocializzazione non più come concessioni ma come diritti


Tanti anni fa Giorgio Gaber scrisse una canzone che andava al nocciolo della politica e chiedeva scusa se parlava di Maria, la libertà, la rivoluzione, la realtà. Mi è venuta in mente in occasione della recente morte improvvisa di Grazia Zuffa, mia compagna di vita, femminista, psicologa, componente del Comitato Nazionale di Bioetica, già senatrice, che per lungo tempo ha costruito un pensiero originale sulle droghe, sul carcere, sulla differenza femminile. Nel momento della tragedia abbiamo scoperto che per molte persone è stata una maestra e una guida: sicuramente ne sarebbe stata sorpresa, perché era esigente e rigorosa, non faceva sconti e non apprezzava la reto- rica, l’approssimazione.

Grazia ha offerto materiali preziosi di analisi e riflessione su tante questioni irrisolte e che rimangono ferite aperte: dalla salute in carcere, in particolare la salute men- tale, all’ergastolo, dal caso Cospito al peso del proibizionismo sulle droghe come causa del sovraffollamento.

La giurista Tamar Pitch, in un intenso ricordo, ha sottolineato che «Grazia non è stata solo una studiosa rigorosa e brillante, ma, insieme, come si conviene a una femminista seria, ha “praticato”, ossia ha fatto su queste cose un’intensa attività politica e sociale». Una delle più recenti – l’aveva lanciata il 14 maggio 2023 – è stata la campagna “Madri fuori”, fuori dallo stigma e dal carcere; era fiera e orgogliosa delle tante adesioni individuali e collettive ricevute. Suo anche lo slogan «ogni bambino e ogni bambina ha il diritto di nascere in libertà», diventato uno striscione nel corteo contro il disegno di legge sulla sicurezza.

Come ha scritto il professor Andrea Pugiotto, i pensieri di Grazia erano affilati e spiazzanti. Rifiutava il paternalismo in ogni sua forma ed esaltava il diritto alla autonomia del soggetto, soprattutto quello più fragile. Eccezionale il suo saggio L’ergastolo come pena di morte nascosta, nel volume Contro gli ergastoli. Di particolare interesse la riflessione sul pensiero di Aldo Moro che guardava al reato come espressione della libertà dell’uomo. «Il gancio etico della legittimità della pena è nella per- sona, che diventa misura (etica) dell’afflittività, tollerabile o no, della pena: nella persona, nella sua libertà e responsabilità».

Ripensare il carcere, dall’ottica della differenza femminile è invece il titolo di un saggio di Grazia di dieci anni fa: questo sguardo su “tutto” il carcere che muove dall’ottica della soggettività femminile, per uscire dal- le ambiguità di un trattamento penitenziario sempre in bilico tra approcci retributivi e prospettiva correzionale, può essere la via per sperimentare un sistema che trasformi i corpi da custodire in soggetti responsabili e che alla logica dei premi sostituisca quella dei diritti. In questo tempo di disumanità verso il carcere, abbiamo così un manifesto della riforma per un’alternativa di teoria e prassi: occorre restituire alle autrici (e agli autori) di reato la piena responsabilità, nella prospettiva del reinserimento sociale. Occorre dunque togliere gli strumenti di risocializzazione dalla sfera della discrezionalità e declinarli più come diritti che come concessioni.

Si tratta di rendere il carcere una extrema ratio, eliminando la detenzione sociale e affidando le persone emarginate a case di reinserimento sociale, varare amnistia e indulto, chiudere le “case lavoro”, frutto delle misure di sicurezza lombrosiane, respingere la tentazione di riaprire i manicomi giudiziari.

Punti ineludibili di una rivoluzione, con grazia.

l’opinione di Franco Corleone

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