L’Italia e il Mes, una storia infinita. di Paolo Balduzzi, Chiara Mingolla

Di ratifica del Mes si riparlerà fra quattro mesi. Ma come funziona il Meccanismo europeo di stabilità? Sono reali i problemi di governance? Il tentativo di inserire la partita in un dossier più ampio potrebbe non essere vantaggioso per il nostro paese.

Un nuovo rinvio

Doveva finalmente essere il giorno risolutivo per le sorti del Mes e invece il 30 giugno 2023 si è rivelato l’ennesimo passaggio a vuoto. Rimandata di quattro mesi, quindi, la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità, in attesa di chiarimenti, riforme, approfondimenti. La stessa Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha precisato che “discutere adesso questo provvedimento non è nell’interesse nazionale”. L’inerzia di Roma sul tema ha attirato l’attenzione di tutti gli altri paesi europei che, al contrario dell’Italia, hanno già ratificato il trattato. Finché la situazione italiana non si sbloccherà, il meccanismo è congelato (chilling effect) e non può diventare operativo.

Ma che cos’è il Mes? Come funziona? E, soprattutto, perché questi ritardi da parte del nostro paese?

Come funziona il Mes
Il Mes è un organismo intergovernativo, istituito nel 2012 tra i 20 (17, all’epoca) paesi dell’area dell’euro. La sua funzione principale è quella di concedere, sotto alcune condizioni, assistenza finanziaria agli stati membri che, pur avendo un debito pubblico sostenibile, hanno difficoltà nel finanziarsi sul mercato. Per sostenere le richieste, il Mes ha a disposizione una serie di strumenti: per esempio, può erogare prestiti, acquistare sui mercati i titoli di stato del paese in difficoltà o aprire linee di credito in via precauzionale. In particolare, i prestiti saranno elargiti direttamente dai paesi creditori, con i loro bilanci, e garantiti ai paesi economicamente più deboli, senza alcuna interferenza da parte della Commissione o del Parlamento europeo.

Dal punto di vista della cosiddetta “governance”, il Mes è guidato da un Consiglio dei governatori, composto dai 19 ministri delle Finanze dell’area dell’euro. Il Trattato istitutivo del Mes individua un ulteriore organo al quale, direttamente o su delega del Consiglio dei governatori, vengono attribuiti poteri decisionali: il Consiglio di amministrazione, composto da nove funzionari esperti, nominati dagli stessi governatori. È proprio questo uno degli aspetti che viene criticato dal governo italiano che, come contenuto nella richiesta di sospensiva presentata alle Camere, considera il Mes un’organizzazione caratterizzata da una componente di natura “privatistica”: i ministri delle Finanze non sono nominati né dalla Commissione europea, né dal Parlamento europeo e nemmeno dai parlamenti nazionali, essendo invece incaricati dai capi di governo. Questo organo delibera all’unanimità su tutte le principali decisioni ma, in via del tutto eccezionale, può operare a maggioranza qualificata dell’85 per cento del capitale. Il capitale sottoscritto dagli stati aderenti (figura 1) è di 704,8 miliardi di euro, di cui appena 80,5 sono stati versati dai paesi (l’11,4 per cento del totale).

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I principali finanziatori del Mes sono Germania, Francia e Italia, che contribuiranno rispettivamente per 190, 142 e 125,3 miliardi, vale a dire per il 26,9 per cento, il 20,2 per cento e il 17,7 per cento del totale; i tre stati hanno già versato circa 22, 16 e 14 miliardi. La quota sottoscritta è il criterio in base al quale sono assegnati, proporzionalmente, i diritti di voto.

Di conseguenza, i tre paesi hanno una percentuale di diritti di voto superiore al 15 per cento e possono porre il loro veto anche sulle decisioni più urgenti.

Chi lo ha approvato

Sebbene sia stato istituito un paio di anni dopo, si è cominciato a parlare di Mes già nel 2010, quando molte cancellerie continentali si trovavano nel pieno della bufera sui debiti sovrani. All’inizio della primavera del 2011, una prima versione del Mes venne votata sia dal Parlamento europeo che firmata dal governo italiano, per mano del ministro Giulio Tremonti (governo Berlusconi IV). Tuttavia, non ricevette il voto di ratifica da nessun parlamento nazionale e anzi fu sostituita, nell’inverno del 2012, da una nuova proposta, questa volta firmata, per l’Italia, dal governo Monti. La ratifica parlamentare della seconda versione del Mes, nell’estate del 2012, ottenne il voto favorevole anche dal centrodestra, con esclusione della Lega. Il periodo di governo del centrosinistra, dal 2013 al 2018 (governi Letta, Renzi e Gentiloni), fu senza ripensamenti, mentre dal 2018 le cose cambiano, complice anche la volontà dei governi europei di riformare il Mes.

Vale la pena di ricordare che, tra gli elementi principali della riforma, ci sono la possibilità di finanziare il Fondo unico di risoluzione delle crisi bancarie (Srf – Single resolution fund) nel caso di insufficienza del medesimo, l’estensione del requisito della sostenibilità del debito a quello della capacità di ripagarlo e la precisazione delle condizioni per la concessione delle linee di credito precauzionali. Il governo Conte I espresse critiche per voce di esponenti sia della Lega sia del Movimento 5 stelle. Le cose, tuttavia, mutarono ancora con il governo Conte II, che invece quella riforma firmò. Era il 27 gennaio 2021 e il giorno prima il presidente del Consiglio aveva rassegnato le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, rimanendo quindi in carica solo per il “disbrigo degli affari correnti”. Da quel giorno, per la definitiva entrata in vigore del Mes, si attende il lasciapassare di tutti gli stati membri dell’Unione monetaria. Che è arrivato, salvo nel caso italiano. Il governo Draghi, sorretto da una maggioranza che sull’argomento si sarebbe probabilmente spaccata, evitò di affrontare la questione. È ora il turno del governo Meloni di orientare il voto parlamentare: cosa farà, a questo punto, il nostro paese?

Tra posizioni possibiliste (Forza Italia e il ministro dell’Economia, Giorgetti) e contrarie (Lega e Fratelli d’Italia), per il momento la soluzione adottata dal governo è quella attendista. Uno degli aspetti più criticati del Mes, e con il quale è stato motivato il rinvio, è quello della governance. Tuttavia, la decisione appare piuttosto pretestuosa: il meccanismo dirigenziale e decisionale non verrà certo rivisto nelle prossime settimane. Più probabile, e qualcuno nella maggioranza non ne fa mistero, che il voto sul Mes sia utilizzato dal governo come merce di scambio all’interno di un dossier ben più ampio e che riguarda anche la riforma del Patto di stabilità e crescita nonché la revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. In politica tutto è lecito, sia chiaro: ma in questo caso mettere troppa carne al fuoco potrebbe indebolire il governo italiano, invece che rafforzarlo, come immagina la maggioranza. L’Italia arriva da ritardataria sul Pnrr; da “malata di debito” sul tavolo del Patto di stabilità; e, al momento, anche da inadempiente sul Mes. La domanda che, forse, si pone il governo è cosa potrebbe ottenere in cambio del “sì” parlamentare al Mes. Vale però la pena di provare a rispondere anche a un interrogativo alternativo: se le cose non dovessero andare come previsto e l’Italia rifiutasse davvero la ratifica del Mes, come si regoleranno le altre cancellerie europee? È davvero il caso che il paese con il secondo rapporto debito/Pil più elevato dell’Unione, nonché principale percettore dei fondi del Pnrr, si metta a giocare come il gatto col topo sulla questione, fra le tre, meno rilevante? Perché il rischio, alla fine, è che in trappola ci potremmo finire noi.

fonte: https://lavoce.info/archives/101556/litalia-e-il-mes-una-storia-infinita/

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